Digressione

Il cinismo non è stato solo la forma di un richiamo insolente, grossolano e rudimentale alla questione della vita filosofica. Ha sollevato una questione molto seria, o piuttosto, ha dato il suo taglio al tema della vita filosofica ponendo la seguente domanda: la vita, per essere veramente vita di verità, non deve forse essere una vita altra, una vita radicalmente e paradossalmente altra? Radicalmente altra: cioè in rottura totale, da tutti i punti di vista, con le tradizionali forme di esistenza, con l’esistenza filosofica abitualmente accettata dai filosofi, con le loro abitudini, con le loro convenzioni.

Su tale linea non incontriamo il platonismo e la metafisica dell’altro mondo, ma il cinismo e il tema della vita altra. Queste due linee di sviluppo sono ovviamente divergenti, poiché l’una porta alla speculazione platonica, neoplatonica e alla metafisica occidentale, mentre l’altra non porta niente di più, in un certo senso, che alla rozzezza cinica. Ma tale rozzezza rilancia, come questione insieme centrale e marginale rispetto alla pratica filosofica, la questione della vita filosofica e della vera vita come vita altra. La vita filosofica – la vera vita – non può, non deve essere necessariamente una vita radicalmente altra?

Si può dire in generale che l’animalità rappresentava nel pensiero antico, un punto di assoluta differenziazione per l’essere umano. E’ distinguendosi dell’animalità che l’essere umano afferma e manifesta la sua umanità. Rispetto alla costituzione dell’uomo come essere ragionevole, l’animalità provocava sempre, più o meno, un movimento di repulsione. Presso i cinici, in funzione dell’applicazione rigorosa e sistematica del principio della vita diritta parametrata sulla natura, l’animalità viene a giocare un ruolo del tutto differente: verrà investita di un valore positivo; sarà un modello di comportamento […]: essere capaci di assumere questa animalità come forma ridotta ma prescrittiva della vita.

L’animalità non è un dato, ma un dovere, […] una sfida che bisogna continuamente raccogliere. Questa animalità, che è il modello materiale dell’esistenza, e che ne è anche il modello morale, costituisce, nella vita cinica, una sorta di sfida permanente. L’animalità è un esercizio. E’ un compito per se stessi e al contempo uno scandalo per gli altri. Assumere, davanti agli altri, lo scandalo di un’animalità che è un compito per se stessi: ecco dove porta il principio della vita diritta nei cinici.

Il bios philosophikos in quanto vita diritta è l’animalità dell’essere umano raccolta come una sfida, praticata come un esercizio, gettata in faccia agli altri come uno scandalo.

Michel Foucault, Il coraggio della verità

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Flipper, Generic Album

Un vortice d’acqua torbida che scorre lento e inesorabile, un suono putrido, paludoso, saturo di dissonanze e animato da una cadenza ripetitiva e lentissima, al limite del sonnambulismo: Generic Album non è un disco devastante né shockante, agisce piuttosto come un fluido tossico che entra in circolo. L’esecuzione è da folli criminali, ma i quattro Flipper sembravano fare di tutto per liberarsi del background hardcore: non dotati tecnicamente, preferivano accentuare l’imperfezione formale rallentando all’inverosimile i brani, anziché nasconderla suonando a velocità doppia. Anzi, in certi casi è persino una sarcastica parodia della depressione paranoica dei punk (che più punk non potrebbe essere). Su tutto si leva il pandemonio infernale di Sex Bomb, un caotico sabba a ritmo tribale squarciato da urla sataniche, crivellato dal fischio di un sintetizzatore e dal ritornello trionfale di sassofono, un incrocio fra jam free-jazz e danza pellerossa, cupa e demenziale. Il fragore del corpo.

  • Flipper – Sex Bomb
  • “Flipper”, di Piero Scaruffi
  • “Flipper – Generic Album”, di Alessandro Nalon

Digressione

Tu cerchi invano il tuo modello fra gli esseri umani: da quelli che si sono spinti più lontano di te non hai mutuato altro che l’aspetto compromettente e nocivo: dal saggio – la pigrizia; dal santo – l’incoerenza; dall’esteta – l’asprezza; dal poeta – la spudoratezza… e da tutti il disaccordo con se stessi, l’equivoco nelle cose quotidiane e l’odio di ciò che vive semplicemente per vivere.

Puro – rimpiangi il fango; sordido – il pudore; sognatore – la rudezza. Tu non sarai mai nient’altro che ciò che non sei, e la tristezza di essere ciò che sei.

Di quali contrasti fu impregnata la tua sostanza, e quale genio discordante presiedette alla tua relegazione nel mondo?

L’accanimento a sminuirti ti ha fatto sposare negli altri la loro brama di rovina: in quel tale musicista – la tale malattia; in quel tale profeta – una certa tara; e nelle donne – poetesse, libertine o sante – la loro malinconia, la loro linfa alterata, la corruzione di carne e di sogno.

L’amarezza, principio della tua determinazione, tuo modo di agire e di capire, è il solo punto fisso nella tua oscillazione fra il disgusto del mondo e la pietà di te stesso.

Emil Cioran, Sommario di decomposizione

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Luciano Berio e Bruno Maderna, Ritratto di Città

Luciano Berio e Bruno Maderna realizzarono nel 1955, su testo di Roberto Leydi e con le voci di Nando Gazzolo e Ottavio Fanfani, uno dei più interessanti esperimenti di prosa radiofonica. Realizzato nello Studio di fonologia di Milano, guidato dai due musicisti, l’opera è una sorta di laboratorio drammatico di sonorizzazione. Il testo, in realtà pretesto funzionale all’esperimento, è mutuato da un tema caro anche all’avanguardia cinematografica: il mito metropolitano. La narrazione si svolge nella città di Milano. Procede per giustapposizione di immagini sonore e comprende un arco di tempo di una giornata, divisa in tre tempi: mattina, pomeriggio e sera. Non vi sono personaggi, né Io narrante. Solo due voci neutre e descrittive, poco timbrate. L’unità della narrazione è ricercata attraverso la trasfigurazione lirica e l’astrazione dei suoi elementi. La modularità, la circolarità e la ripetitività degli elementi sonori sono il principio alla base di questo linguaggio radiofonico.

  • “Ritratto di Città di Luciano Berio e Bruno Maderna”, di Serena Pecoraro

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La grande arte non è nella mancanza, la grande arte fa il vuoto. Non nasce dal Nulla, ma, al contrario, da una potenza inaudita di vita che spezza tutte le catene dell’evoluzione e della storia, dell’essere e della presenza. Nel mondo troppo pieno di discorsi e di immagini, la grande arte dischiude un non-luogo: il luogo vuoto del nostro godimento. Non del nostro godimento vuoto, ma il cui vuoto si offre a quelli che sapranno goderne. Il godimento è sempre «immondo», ciò che il mondo impedisce d’essere: eccede l’io, il corpo proprio, la storia, persino la realtà. Il grande artista esercita una potenza di effrazione della realtà. Ma l’arte, si dice, ha funzione sociale e agli artisti si chiede di ricoprire il vuoto col Bello, di fare della cosmetica, si chiede loro di salvare il Cosmo, questo cofano che preserva il vuoto. E il commento, la critica, il giornalismo, gli artisti la cui opera si iscrive nella storia dell’arte, tutti collaborano alla sublimazione civilizzatrice. All’opposto, nel grande artista c’è invece un lato barbaro e furioso che ci riconduce al punto zero della creazione. Fare arte è allora un paradosso. Bisogna, in qualche modo, oltrepassare la bellezza. Non fermarsi al suo velo protettore. Vi sono dunque due forme d’arte, l’una appartiene alla sublimazione culturale e sociale, l’altra spezza il quadro delle rappresentazioni per metterci violentemente in contatto con il vuoto. Televisione, cinema, mass-media, cellulari, musiche invadenti, informazioni incalzanti, ricoprono il mondo con una vasta rete affascinante: siamo penetrati da flussi incalzanti di voci e di sguardi che alimentano un’immensa macchina predisposta a far godere occhi e orecchi, a saturare ed ostruire i nostri organi, avidi d’essere riempiti dal grande Altro della mondializzazione dei mass-media. Falso godimento che consiste in una lunga e fastidiosa masturbazione dei nostri organi («se il terzo occhio non si drizza abbastanza – lo si masturba un pochino con la messa in scena» Lacan). A quelli che non sanno godere, la società dello spettacolo propone ogni eccitazione erotica compensatoria. La grande arte, invece, che osa confrontarsi alle potenze della sottrazione, della decomposizione, della distruzione, è perciò anche atto sovversivo sul piano individuale, sociale e politico. Non perché detta messaggi politici, ma perché esige, imperativamente, la capacità di attraversare le identificazioni e di rinunciare ai piccoli godimenti alienati alla volontà dell’Altro su cui riposa ogni sistema della rappresentazione, per divenire capaci di abitare le condizioni del proprio godimento.

riscrittura personale da Camille Dumoulié, Carmelo Bene e lo splendore del vuoto

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Area, Gerontocrazia (tratto da «Incontro con AREA», Rai, 1977)

Non nasciamo come provocatori, ma come musicisti che vogliono portare avanti il loro percorso intransigente. […] Il provocatore è colui che cerca lo scontro. Noi volevamo […] porre basi diverse al fare e ascoltare musica.

Patrizio Fariselli

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«L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro»: ma bravi! Dicesse almeno sulla bontà, sull’intelligenza o che so io. Sul lavoro: che non è neppure un che ma un mezzo e per di più un mezzo inteso come indispensabile (benché non sia punto vero). Come dire: l’uomo è un essere fondato sulla necessità di mangiare e su quella di andare al gabinetto. Fondata su un mezzo indispensabile, cioè sulla schiavitù (e di fatto…)! Beh, ciò che i primi legislatori intendono lo capisco perfino io, che chiudo la mia mente alle bestialità pubbliche, ma non potevano essi almeno risparmiarci una tale stolta formulazione? «L’Italia è una repubblica democratica», non sarebbe stato fin troppo, ahi quanto troppo? E i posteri? figuriamoci le loro risate: codesti nostri beneamati progenitori non avevano nulla di più nobile su cui fondare le loro repubbliche? (Anche se non saranno meno stolti nel redigere le costituzioni delle loro reprivate)… Questa della Costituzione italiana è davvero la formula riassuntiva di alcune sciagurate ideologie. E del resto i magni si mettano d’accordo con se medesimi, poiché in pari tempo predicano la dignità del lavoro e, più esplicitamente, la redenzione da esso: donde si ricava ciò che tutti sanno, che il lavoro è cosa di per sé indegna.

Tommaso Landolfi, Rien Va

Video

Liberatevi della libertà soprattutto, liberiamoci della libertà. Niente è così vincolante quanto la libertà. Sputate sulla libertà e sui tribuni della libertà, soprattutto.

Carmelo Bene, Uno contro tutti – Maurizio Costanzo Show 1994

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Con poca spesa di corrente e di attenzione ospedaliera, Elviridio Tatti veniva tenuto in vita in camera di rianimazione. Erano passati due anni dall’incidente, e si discuteva se continuare a mantenerlo in quello stato o no, secondo la regola deontologica che detta: «Il diritto di morire con dignità, o la sospensione del ricorso a mezzi straordinari per prolungare la vita del corpo, se vi sono prove che la morte biologica è inevitabile, sono di competenza del paziente o dei suoi familiari», quando le infermiere si accorsero che nel frattempo Elviridio Tatti era andato acquistando una forma tra le più imbarazzanti che possa presentare un malato, e cioè la forma toroidale, che è quella di una gomma di camion. La grossa ciambella aveva perso gli arti, poi ritrovati rinsecchiti in fondo al letto, e la testa si era ridotta a un tubicino, non dissimile dalla valvola che serve a gonfiare, appunto, una gomma di camion. In queste mutate condizioni il quesito deontologico diventava senza risposta. L’elettroencefalografo, applicato alla suddetta valvola o meglio detto al suo cappuccio, fornisce come prima un elettroencefalogramma a onda zero, che è l’equivalente della morte biologica, ma il toro di Elviridio Tatti continua a pulsare e a gonfiarsi ritmicamente, anche se con l’aiuto del respiratore o pneumotorace; solo che – per non citare che uno tra i tanti problemi insolubili – dove è adesso il torace del toro? La domanda sembra persino puerile, tuttavia, se la si paragona a quella che nessuno osa porsi: dove è adesso l’anima di Elviridio? E’ già difficile per una persona normale, come noi o buona parte di noi, decidere dove si trova in un dato momento la propria anima: quanto mai lo sarà quando il soggetto della domanda è un copertone di camion. A parte la suddetta pulsazione, il solo segno di vita che dà ormai Elviridio Tatti, o quasi, è un puzzo inconfondibile e insopportabile, appunto di gomma bruciata. Il problema si presenta in questi termini: c’è, nel polmone artificiale, una grossa ciambella inerte, la cui sola caratteristica discernibile è il puzzo; si sa che questa ciambella si chiama Elviridio Tatti, e si sa che a questo Elviridio Tatti corrisponde un’anima, che però non si sa che cosa sia. Non ci impone forse il principio di Occam, quello che vieta di moltiplicare inutilmente i concetti, di trarre come conclusione che l’anima di Elviridio Tatti è il suo puzzo? E non sarà lo stesso anche per noi altri tutti? Dal momento che siamo tutti come lui tenuti in camera di rianimazione, fino alla morte biologica inevitabile?

J. Rodolfo Wilcock, Il libro dei mostri

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La democrazia è demagogia nella definizione di Hobbes. Come nelle competizioni elettorali di Lewis Carroll, arrivare primi o ultimi è la stessa cosa. Il tema è solo uno, la poltrona. Votare questo o quello è del tutto indifferente. La gente, beata, crede di aver messo una croce su questo o su quello, ma la croce si mette solo su se stessi, sulla grazia che nulla accada e nulla si modifichi. Nelle aristocrazie il principe non si fa eleggere, è lui che elegge il suo popolo. In democrazia il popolo è bastonato su mandato del popolo. E’ la pratica certosina dell’autoinganno. Si dice che il trenta percento sia astensionismo. Nego, tutto è astensionismo. Sono comunque voti sprecati. Vanno a scongiurare che qualcosa accada, consegnano il voto a inetti. E’ lo zelo negligente delle masse. Nel loro ignoto lo fanno apposta ad eleggere governi impossibili dalle maggioranze molto risicate. Cesare Pavese diceva che quattro chiodi fanno una croce, ma quando i chiodi sono una serie infinita diventano zero. Si vota in tanti per non contare nulla.

Carmelo Bene, “Fatemi il funerale da vivo”, di Giancarlo Dotto, Panta Bene

Digressione

Francis Bacon, Standing Figure, 1990

Forse continuo perché la mia ossessione mi sfugge. La creazione è una necessità assoluta che fa dimenticare tutto il resto. Non pensavo che mi sarei mantenuto grazie alla pittura, volevo solo chiarire delle cose con me stesso. La creazione è come l’amore, non ci si può fare niente. E’ una necessità.

Francis Bacon, Conversazione con Franck Maubert

Digressione

Là dove si sente puzza di merda si sente l’essere. L’uomo avrebbe potuto benissimo non cagare, non aprire il sacco anale, ma ha scelto di farlo come avrebbe scelto di vivere invece che accettare di vivere morto. Ma per non fare «cacca» avrebbe dovuto rassegnarsi a non essere, ma non ha potuto decidersi a perdere l’essere, ossia a morire vivente. C’è nell’essere qualcosa di particolarmente allettante per l’uomo e questo qualcosa è appunto LA CACCA. Per esistere basta lasciarsi andare ad essere, ma per vivere, bisogna essere qualcuno, per essere qualcuno, bisogna avere un OSSO, non aver timore di mostrare l’osso, e di perdere la carne. L’uomo ha sempre preferito la carne alla terra di ossa. Non c’erano che terra e legno d’ossa e ha dovuto guadagnarsela la propria carne, non c’erano che ferro e fuoco e niente merda, e l’uomo ha temuto di perdere la merda anzi ha desiderato la merda e, per questo, ha sacrificato il sangue. Per avere merda, ossia carne, là dove non c’erano che sangue e ferraglia d’ossa e dove non c’era da conquistare l’essere ma dove c’era solo da perdere la vita. Là, l’uomo si è tirato indietro ed è fuggito. Allora le bestie l’hanno mangiato. Non vi fu stupro, si è concesso all’osceno pasto. […] E dio, dio stesso ha schiacciato il movimento. Dio è un essere? Se ne è uno, è merda. Se non lo è, non è. Allora non è, ma come il vuoto che avanza con tutte le sue forme di cui la rappresentazione più perfetta è la marcia di un gruppo incalcolabile di piattole. […] Il cosiddetto cristo non è altro che colui che dinanzi alla piattola dio ha accettato di vivere senza corpo, mentre un esercito di uomini disceso da una croce, dove dio credeva di averlo da tempo inchiodato, si è ribellato e, armato di ferro, di sangue, di fuoco, e di ossa, avanza, bestemmiando l’Invisibile, per finirla col GIUDIZIO DI DIO.

Antonin Artaud, La ricerca della fecalità

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«I gufi non sono quello che sembrano»

La superficie inferiore dell’ala della farfalla Caligo prometheus, ornata da larghi ocelli disposti in modo opportuno, spesso viene invocata come esempio notevole di mimetismo. […] Sfortunatamente le ali della Caligo, quando è in posizione di riposo, sono sollevate l’una contro l’altra, sicché essa può assumere l’aspetto di un rapace notturno solamente nelle teche dei collezionisti. […] Rimane il fatto che i movimenti degli ocelli della Caligo mettono in fuga i volatili e, se vengono tagliati con delle forbici, subito scompare ogni timore da parte degli uccelli, che immediatamente si mangiano il povero insetto […]. [Ciò] dimostra che gli ocelli della Caligo sono terrificanti in se stessi, senza che la farfalla assomigli in nulla ad una civetta. Non è vero che la Caligo provochi spavento perché si stenta a credere che un insetto possieda occhi simili. Non gli occhi sono qui in questione, ma qualcosa di luccicante, enorme, immobile, circolare, portato addosso da un essere vivente, un qualcosa che sembra guardare pur senza essere un occhio.

Le civette e i gufi hanno gli occhi situati entro l’area di un cerchio piatto, dal quale guardano nella medesima direzione. Inoltre le pupille sono dilatate e fisse dentro l’orbita: rimangono sempre al centro, senza muoversi. Per vedere di lato, l’animale deve girare la testa. Infine ciascuno dei due, circondato da un anello dorato, è situato al centro di un cerchio lanuginoso, che si estende fino ai margini della faccia. Gli occhi di questi rapaci si trovano così trasformati in ocelli: cerchi smisurati, concentrici, immobili e luminosi. Per di più i gufi conoscono una sorta di trance durante la quale spiegano le ali e drizzano le piume. Questo atteggiamento spettrale compare all’improvviso in uno stato di mimetizzazione totale. In effetti i colori bruni e grigi di un piumaggio ora sfumato, ricco di chiaroscuri, ora chiazzato o punteggiato, confondono perfettamente l’uccello con la corteccia dell’albero. […] In tal modo non si vedono che questi occhi accentuati all’estremo, che cessano d’essere occhi, cioè organi della visione puri e semplici, per diventare apparizioni soprannaturali, come sorti dall’aldilà, enormi, ciechi, impassibili, fosforescenti, dotati della fissità e della strana perfezione delle figure geometriche.

Gli ocelli non fanno paura perché assomigliano a degli occhi, al contrario, gli occhi possono far paura perché assomigliano agli ocelli.

Roger Caillois, L’occhio di Medusa

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Jan Švankmajer, Jabberwocky

Tutto è corpo e corporeo. Tutto è mescolanza di corpi e, nel corpo, incastro, penetrazione. […] Un albero, una colonna, un fiore, un bastone spuntano attraverso il corpo; sempre altri corpi penetrano nel nostro corpo e coesistono con le sue parti. Tutto è direttamente scatola, alimento in scatola ed escremento. Siccome non vi è superficie, l’interno e l’esterno, il contenente e il contenuto non hanno limite preciso e sprofondano in una profondità universale o girano nel cerchio di un presente sempre più ristretto quanto più è colmato. Da ciò discende la maniera schizofrenica di vivere la contraddizione: sia nella spaccatura profonda che attraversa il corpo, sia nelle parti fatte a pezzi che si incastrano e roteano. Corpo-passatoia, corpo-fatto-a-pezzi e corpo-dissociato formano le prime tre dimensioni del corpo schizofrenico.

Gilles Deleuze, Logica del senso

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[La voce] fa del poeta non più qualcuno che scriva dei versi secondo l’ordine del bello, ma qualcuno che sente e si consuma lui stesso nell’intelligenza d’una comunicazione immediata. […] La voce libera dalla parola annuncia una possibilità anteriore ad ogni dire e persino ad ogni possibilità di dire. La voce libera dalla rappresentazione, anzi, libera in anticipo dal senso […], la voce che parla senza parole, silenziosamente, […] anche quand’è più interiore tende a non essere la voce di nessuno: che cosa parla quando parla la voce? E’ una cosa che non si situa in nessun posto, né nella natura, né nella cultura, ma si manifesta in una zona di raddoppiamento, di eco e di risonanza in cui non già qualcuno, ma questo spazio ignoto – il suo accordo scordato, la sua vibrazione – parla senza parole.

Maurice Blanchot, L’infinito intrattenimento