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Geisterchor, Requiem

Grazie alla musica salvarsi ogni giorno di nuovo, tirarsi fuori da tutte le nefandezze e le cose disgustose, è questo il trucco, ritrovare ogni giorno la salvezza grazie alla musica, ridiventare ogni giorno, di primo mattino, un vero individuo che pensa e sente! Ma sì, l’arte, anche se la malediciamo e se a volte ci sembra del tutto pleonastica, e se anche siamo costretti ad ammettere che essa in realtà non vale un accidente, malgrado tutto non c’è nient’altro che salvi la gente della nostra fatta se non proprio quest’arte maledetta e dannata, e spesso funesta e disgustosa da far vomitare.

Thomas Bernhard

Digressione

La poesia, come ogni creazione dello spirito, non può che denunciare il pericolo che il linguaggio rappresenta per l’uomo; è il pericolo dei pericoli; è il lampo che gli rivela, a rischio di accecarlo e di fulminarlo, che egli è perduto nella banalità delle parole usuali, nella comunità della lingua sociale, nella quiete delle metafore addomesticate. Il linguaggio essenziale brilla improvviso nel cuore della nube e il suo splendore corrode, consuma, divora il linguaggio storico.

Maurice Blanchot, Passi falsi

Digressione

James “Son Ford” Thomas, Clay sculptures 1930-1990

James Thomas adopted the moniker as a blues performer playing the Mississippi Delta region. Thomas first learned guitar and sculpture from his uncle, and his art proved a valuable source of income, supplementing the wages he earned picking cotton and digging graves. In 1982 Thomas’s clay sculptures were featured in Black Folk Art in America, 1930–1980, organized by the Corcoran Gallery of Art in Washington, DC. Thomas sculpted native animals, such as birds, alligators, and rattlesnakes, as well as funerary figures and busts. One of many such skulls, Untitled of 1988, features a gaping mouth, lined with human teeth, split into a macabre grin. The skeletal form reflects Thomas’s professed affinity for “hoodoo” beliefs. He claimed to rely on dreams as sources for both his songs and his sculptures, and many of his portrait busts evoke a dreamlike state of flux and vagueness.

  • James “Son Ford” Thomas by Jenevive Nykolak

Digressione

Il Male, Maggio 1978

Con l’ottavo numero avevamo realizzato il nostro primo falso. Si trattava di Repubblica, «Lo Stato si è estinto». Qualche giorno dopo eravamo in riunione in una piccola casa al centro di Roma, quando squilla il telefono. Ero vicino all’apparecchio. Rispondo io.
Buona sera – mi fa una voce stentorea – sono Eugenio Scalfari.
Cazzo. Pesce grosso.
Chi??
Sono Eugenio Scalfari…SCAL-FA-RI… Si sbrighi.
Faccio subito… ragazzi c’è uno che dice di chiamarsi Eugenio Scooter.
Come si permette…sta parlando con il direttore di Repubblica!
Mi sembra strano – faccio.
Come sarebbe, eh? Come sarebbe??
Che io sappia in Italia c’è un presidente della repubblica, poi abbiamo avuto vari re, però mai, mai, un direttore della repubblica.
Vi sentite spiritosi eh…ma siete solo dei facinorosi, dei mascalzoni. Avete osato l’inosabile… prendere per il naso un grande giornale noto in tutto il mondo… io vi rovino! Siete delle canaglie sovversive! Dei teppisti!! Dei parassiti!! (Riattacca)

Jiga Melik, L’augurio di Eugenio Scalfari

Digressione

Detesto il lettore che ha comprato il suo libro, lo spettatore che ha pagato per la sua poltrona, e che a partire da quel momento sfrutta il morbido cuscino del godimento edonista o dell’ammirazione per il genio. Che cosa importava a Van Gogh della tua ammirazione? Voleva la tua complicità, che tu cercassi di guardare come stava guardando lui, con gli occhi scorticati da un fuoco eracliteo.

Ed io sputo in faccia a chiunque venga a dirmi che ama Michelangelo o E.E. Cummings senza provarmi che almeno in un’ora estrema è stato quell’amore, è stato anche l’altro, ha guardato insieme a lui attraverso il suo sguardo e ha imparato a guardare come lui verso l’infinita apertura che aspetta e reclama.

Julio Cortàzar, Il giro del giorno in ottanta mondi

Digressione

Perché io protesto? Perché non voglio che si consideri come qualcosa di alto e anzi come norma dell’uomo, questa piccola, pacifica mediocrità, questo equilibrio di un’anima che non conosce i grandi impulsi delle grandi accumulazioni di forza.

Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi

Digressione

Il cinismo non è stato solo la forma di un richiamo insolente, grossolano e rudimentale alla questione della vita filosofica. Ha sollevato una questione molto seria, o piuttosto, ha dato il suo taglio al tema della vita filosofica ponendo la seguente domanda: la vita, per essere veramente vita di verità, non deve forse essere una vita altra, una vita radicalmente e paradossalmente altra? Radicalmente altra: cioè in rottura totale, da tutti i punti di vista, con le tradizionali forme di esistenza, con l’esistenza filosofica abitualmente accettata dai filosofi, con le loro abitudini, con le loro convenzioni.

Su tale linea non incontriamo il platonismo e la metafisica dell’altro mondo, ma il cinismo e il tema della vita altra. Queste due linee di sviluppo sono ovviamente divergenti, poiché l’una porta alla speculazione platonica, neoplatonica e alla metafisica occidentale, mentre l’altra non porta niente di più, in un certo senso, che alla rozzezza cinica. Ma tale rozzezza rilancia, come questione insieme centrale e marginale rispetto alla pratica filosofica, la questione della vita filosofica e della vera vita come vita altra. La vita filosofica – la vera vita – non può, non deve essere necessariamente una vita radicalmente altra?

Si può dire in generale che l’animalità rappresentava nel pensiero antico, un punto di assoluta differenziazione per l’essere umano. E’ distinguendosi dell’animalità che l’essere umano afferma e manifesta la sua umanità. Rispetto alla costituzione dell’uomo come essere ragionevole, l’animalità provocava sempre, più o meno, un movimento di repulsione. Presso i cinici, in funzione dell’applicazione rigorosa e sistematica del principio della vita diritta parametrata sulla natura, l’animalità viene a giocare un ruolo del tutto differente: verrà investita di un valore positivo; sarà un modello di comportamento […]: essere capaci di assumere questa animalità come forma ridotta ma prescrittiva della vita.

L’animalità non è un dato, ma un dovere, […] una sfida che bisogna continuamente raccogliere. Questa animalità, che è il modello materiale dell’esistenza, e che ne è anche il modello morale, costituisce, nella vita cinica, una sorta di sfida permanente. L’animalità è un esercizio. E’ un compito per se stessi e al contempo uno scandalo per gli altri. Assumere, davanti agli altri, lo scandalo di un’animalità che è un compito per se stessi: ecco dove porta il principio della vita diritta nei cinici.

Il bios philosophikos in quanto vita diritta è l’animalità dell’essere umano raccolta come una sfida, praticata come un esercizio, gettata in faccia agli altri come uno scandalo.

Michel Foucault, Il coraggio della verità

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Flipper, Generic Album

Un vortice d’acqua torbida che scorre lento e inesorabile, un suono putrido, paludoso, saturo di dissonanze e animato da una cadenza ripetitiva e lentissima, al limite del sonnambulismo: Generic Album non è un disco devastante né shockante, agisce piuttosto come un fluido tossico che entra in circolo. L’esecuzione è da folli criminali, ma i quattro Flipper sembravano fare di tutto per liberarsi del background hardcore: non dotati tecnicamente, preferivano accentuare l’imperfezione formale rallentando all’inverosimile i brani, anziché nasconderla suonando a velocità doppia. Anzi, in certi casi è persino una sarcastica parodia della depressione paranoica dei punk (che più punk non potrebbe essere). Su tutto si leva il pandemonio infernale di Sex Bomb, un caotico sabba a ritmo tribale squarciato da urla sataniche, crivellato dal fischio di un sintetizzatore e dal ritornello trionfale di sassofono, un incrocio fra jam free-jazz e danza pellerossa, cupa e demenziale. Il fragore del corpo.

  • Flipper – Sex Bomb
  • “Flipper”, di Piero Scaruffi
  • “Flipper – Generic Album”, di Alessandro Nalon

Digressione

Tu cerchi invano il tuo modello fra gli esseri umani: da quelli che si sono spinti più lontano di te non hai mutuato altro che l’aspetto compromettente e nocivo: dal saggio – la pigrizia; dal santo – l’incoerenza; dall’esteta – l’asprezza; dal poeta – la spudoratezza… e da tutti il disaccordo con se stessi, l’equivoco nelle cose quotidiane e l’odio di ciò che vive semplicemente per vivere.

Puro – rimpiangi il fango; sordido – il pudore; sognatore – la rudezza. Tu non sarai mai nient’altro che ciò che non sei, e la tristezza di essere ciò che sei.

Di quali contrasti fu impregnata la tua sostanza, e quale genio discordante presiedette alla tua relegazione nel mondo?

L’accanimento a sminuirti ti ha fatto sposare negli altri la loro brama di rovina: in quel tale musicista – la tale malattia; in quel tale profeta – una certa tara; e nelle donne – poetesse, libertine o sante – la loro malinconia, la loro linfa alterata, la corruzione di carne e di sogno.

L’amarezza, principio della tua determinazione, tuo modo di agire e di capire, è il solo punto fisso nella tua oscillazione fra il disgusto del mondo e la pietà di te stesso.

Emil Cioran, Sommario di decomposizione

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Luciano Berio e Bruno Maderna, Ritratto di Città

Luciano Berio e Bruno Maderna realizzarono nel 1955, su testo di Roberto Leydi e con le voci di Nando Gazzolo e Ottavio Fanfani, uno dei più interessanti esperimenti di prosa radiofonica. Realizzato nello Studio di fonologia di Milano, guidato dai due musicisti, l’opera è una sorta di laboratorio drammatico di sonorizzazione. Il testo, in realtà pretesto funzionale all’esperimento, è mutuato da un tema caro anche all’avanguardia cinematografica: il mito metropolitano. La narrazione si svolge nella città di Milano. Procede per giustapposizione di immagini sonore e comprende un arco di tempo di una giornata, divisa in tre tempi: mattina, pomeriggio e sera. Non vi sono personaggi, né Io narrante. Solo due voci neutre e descrittive, poco timbrate. L’unità della narrazione è ricercata attraverso la trasfigurazione lirica e l’astrazione dei suoi elementi. La modularità, la circolarità e la ripetitività degli elementi sonori sono il principio alla base di questo linguaggio radiofonico.

  • “Ritratto di Città di Luciano Berio e Bruno Maderna”, di Serena Pecoraro

Digressione

La grande arte non è nella mancanza, la grande arte fa il vuoto. Non nasce dal Nulla, ma, al contrario, da una potenza inaudita di vita che spezza tutte le catene dell’evoluzione e della storia, dell’essere e della presenza. Nel mondo troppo pieno di discorsi e di immagini, la grande arte dischiude un non-luogo: il luogo vuoto del nostro godimento. Non del nostro godimento vuoto, ma il cui vuoto si offre a quelli che sapranno goderne. Il godimento è sempre «immondo», ciò che il mondo impedisce d’essere: eccede l’io, il corpo proprio, la storia, persino la realtà. Il grande artista esercita una potenza di effrazione della realtà. Ma l’arte, si dice, ha funzione sociale e agli artisti si chiede di ricoprire il vuoto col Bello, di fare della cosmetica, si chiede loro di salvare il Cosmo, questo cofano che preserva il vuoto. E il commento, la critica, il giornalismo, gli artisti la cui opera si iscrive nella storia dell’arte, tutti collaborano alla sublimazione civilizzatrice. All’opposto, nel grande artista c’è invece un lato barbaro e furioso che ci riconduce al punto zero della creazione. Fare arte è allora un paradosso. Bisogna, in qualche modo, oltrepassare la bellezza. Non fermarsi al suo velo protettore. Vi sono dunque due forme d’arte, l’una appartiene alla sublimazione culturale e sociale, l’altra spezza il quadro delle rappresentazioni per metterci violentemente in contatto con il vuoto. Televisione, cinema, mass-media, cellulari, musiche invadenti, informazioni incalzanti, ricoprono il mondo con una vasta rete affascinante: siamo penetrati da flussi incalzanti di voci e di sguardi che alimentano un’immensa macchina predisposta a far godere occhi e orecchi, a saturare ed ostruire i nostri organi, avidi d’essere riempiti dal grande Altro della mondializzazione dei mass-media. Falso godimento che consiste in una lunga e fastidiosa masturbazione dei nostri organi («se il terzo occhio non si drizza abbastanza – lo si masturba un pochino con la messa in scena» Lacan). A quelli che non sanno godere, la società dello spettacolo propone ogni eccitazione erotica compensatoria. La grande arte, invece, che osa confrontarsi alle potenze della sottrazione, della decomposizione, della distruzione, è perciò anche atto sovversivo sul piano individuale, sociale e politico. Non perché detta messaggi politici, ma perché esige, imperativamente, la capacità di attraversare le identificazioni e di rinunciare ai piccoli godimenti alienati alla volontà dell’Altro su cui riposa ogni sistema della rappresentazione, per divenire capaci di abitare le condizioni del proprio godimento.

riscrittura personale da Camille Dumoulié, Carmelo Bene e lo splendore del vuoto

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Area, Gerontocrazia (tratto da «Incontro con AREA», Rai, 1977)

Non nasciamo come provocatori, ma come musicisti che vogliono portare avanti il loro percorso intransigente. […] Il provocatore è colui che cerca lo scontro. Noi volevamo […] porre basi diverse al fare e ascoltare musica.

Patrizio Fariselli

Digressione

«L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro»: ma bravi! Dicesse almeno sulla bontà, sull’intelligenza o che so io. Sul lavoro: che non è neppure un che ma un mezzo e per di più un mezzo inteso come indispensabile (benché non sia punto vero). Come dire: l’uomo è un essere fondato sulla necessità di mangiare e su quella di andare al gabinetto. Fondata su un mezzo indispensabile, cioè sulla schiavitù (e di fatto…)! Beh, ciò che i primi legislatori intendono lo capisco perfino io, che chiudo la mia mente alle bestialità pubbliche, ma non potevano essi almeno risparmiarci una tale stolta formulazione? «L’Italia è una repubblica democratica», non sarebbe stato fin troppo, ahi quanto troppo? E i posteri? figuriamoci le loro risate: codesti nostri beneamati progenitori non avevano nulla di più nobile su cui fondare le loro repubbliche? (Anche se non saranno meno stolti nel redigere le costituzioni delle loro reprivate)… Questa della Costituzione italiana è davvero la formula riassuntiva di alcune sciagurate ideologie. E del resto i magni si mettano d’accordo con se medesimi, poiché in pari tempo predicano la dignità del lavoro e, più esplicitamente, la redenzione da esso: donde si ricava ciò che tutti sanno, che il lavoro è cosa di per sé indegna.

Tommaso Landolfi, Rien Va

Video

Liberatevi della libertà soprattutto, liberiamoci della libertà. Niente è così vincolante quanto la libertà. Sputate sulla libertà e sui tribuni della libertà, soprattutto.

Carmelo Bene, Uno contro tutti – Maurizio Costanzo Show 1994

Digressione

Con poca spesa di corrente e di attenzione ospedaliera, Elviridio Tatti veniva tenuto in vita in camera di rianimazione. Erano passati due anni dall’incidente, e si discuteva se continuare a mantenerlo in quello stato o no, secondo la regola deontologica che detta: «Il diritto di morire con dignità, o la sospensione del ricorso a mezzi straordinari per prolungare la vita del corpo, se vi sono prove che la morte biologica è inevitabile, sono di competenza del paziente o dei suoi familiari», quando le infermiere si accorsero che nel frattempo Elviridio Tatti era andato acquistando una forma tra le più imbarazzanti che possa presentare un malato, e cioè la forma toroidale, che è quella di una gomma di camion. La grossa ciambella aveva perso gli arti, poi ritrovati rinsecchiti in fondo al letto, e la testa si era ridotta a un tubicino, non dissimile dalla valvola che serve a gonfiare, appunto, una gomma di camion. In queste mutate condizioni il quesito deontologico diventava senza risposta. L’elettroencefalografo, applicato alla suddetta valvola o meglio detto al suo cappuccio, fornisce come prima un elettroencefalogramma a onda zero, che è l’equivalente della morte biologica, ma il toro di Elviridio Tatti continua a pulsare e a gonfiarsi ritmicamente, anche se con l’aiuto del respiratore o pneumotorace; solo che – per non citare che uno tra i tanti problemi insolubili – dove è adesso il torace del toro? La domanda sembra persino puerile, tuttavia, se la si paragona a quella che nessuno osa porsi: dove è adesso l’anima di Elviridio? E’ già difficile per una persona normale, come noi o buona parte di noi, decidere dove si trova in un dato momento la propria anima: quanto mai lo sarà quando il soggetto della domanda è un copertone di camion. A parte la suddetta pulsazione, il solo segno di vita che dà ormai Elviridio Tatti, o quasi, è un puzzo inconfondibile e insopportabile, appunto di gomma bruciata. Il problema si presenta in questi termini: c’è, nel polmone artificiale, una grossa ciambella inerte, la cui sola caratteristica discernibile è il puzzo; si sa che questa ciambella si chiama Elviridio Tatti, e si sa che a questo Elviridio Tatti corrisponde un’anima, che però non si sa che cosa sia. Non ci impone forse il principio di Occam, quello che vieta di moltiplicare inutilmente i concetti, di trarre come conclusione che l’anima di Elviridio Tatti è il suo puzzo? E non sarà lo stesso anche per noi altri tutti? Dal momento che siamo tutti come lui tenuti in camera di rianimazione, fino alla morte biologica inevitabile?

J. Rodolfo Wilcock, Il libro dei mostri