Alberto Giacometti, L’homme qui marche, 1960

E allora, di colpo, c’è stata una scissione. […] Ogni giorno mi svegliavo nella mia camera, c’era la sedia con un asciugamano sopra, e questo m’impressionava, mi provocava quasi un brivido alla schiena, perché tutto aveva l’aria di un’immobilità assoluta. Una sorta di inerzia, di perdita di peso: l’asciugamano sulla sedia non aveva peso, non aveva alcun rapporto con la sedia, la sedia sul pavimento non vi pesava sopra, era inerte, nello stesso modo, e questo trasmetteva una sorta d’impressione di silenzio… Era un inizio. Così è avvenuta una trasformazione nella visione di tutto… come se il movimento non fosse più che una successione di punti di immobilità. Una persona che parlava non esprimeva più un movimento, erano delle immobilità che si succedevano, completamente staccate l’una dall’altra; momenti immobili che avrebbero potuto durare, dopotutto, delle eternità, interrotti e seguiti da un’altra immobilità. Ricordo una volta che chiesi qualcosa al bar, il cameriere aprì la bocca e disse non so cosa: quel movimento della bocca mi parve una successione di momenti immobili, discontinui, assolutamente discontinui. L’uomo diventava una specie di ignoto totale, meccanico; implicava l’idea della meccanica. La coscienza che ognuno, in quasi tutto ciò che diceva, fosse come un meccanismo, come se dicesse solo cose imparate e quasi in una sorta di incoscienza. Sì, dei meccanismi incoscienti, come la gente per strada, che va e viene… un po’ come le formiche, ognuno ha l’aria di andare per conto suo, tutto solo, in una direzione che gli altri ignorano. Si incrociano, si sorpassano… senza vedersi, senza guardarsi. O girano attorno a una donna. Una donna immobile e quattro uomini che camminano in un rapporto più o meno stretto con la donna. Mi resi conto che avrei potuto fare solo una donna immobile e un uomo che cammina. E da allora la donna la faccio sempre immobile e l’uomo lo faccio sempre in cammino.

Alberto Giacometti, Conversazione con Pierre Schneider