Portrait of Jeremias de Decker, 1666Harmenszoon van Rijn Rembrandt, Ritratto di Jeremias de Decker, 1666

Più li guardavo e meno quei ritratti mi rimandavano a qualcuno. A nessuno. Mi ci è voluto senza dubbio un bel po’ di tempo per precisare questa idea, inebriante e sconfortante: i ritratti dipinti da Rembrandt (dopo i cinquant’anni) non rimandano a nessuno di identificabile. Non vi è un solo particolare, un solo elemento della loro fisionomia che rimandi a un aspetto della personalità, a una specifica psicologia. […] Più li guardavo, nella speranza di cogliere, o di avvicinare, la personalità, come si usa dire, di scoprire la loro identità specifica, più essi prendevano la fuga – tutti quanti –, una fuga senza fine, e alla stessa velocità. […] E’ proprio quando spersonalizza i suoi modelli, quando priva gli oggetti di ogni elemento identificabile che dà agli uni e agli altri il massimo della forza – e il massimo della realtà.

Jean Genet, Che cosa è rimasto di un Rembrandt strappato in pezzetti tutti uguali…

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