Il pensiero appartiene solo a se stesso, non come mia facoltà, ma come un’intensità che mi ha trovato qui, in mezzo al verde – perché dove andrebbe, questa intensità, se non ci fossi io? Si serve forse della mia presenza per riunire queste immagini? A chi le destinerebbe con queste parole? Potrei dire che non sono io che mi designo quel che intendo per «penombra», ma che è il pensiero, al di fuori di me, a considerarsi nei termini «penombra», «epidermide», «guanto», ecc. Posso separarlo dal mio sistema nervoso (sviluppato dalla mia fatalità), come la volontà nel mio braccio, separabile dall’archetto del violino? E tali designazioni nascono come le note che risuonano sulle corde? E così il pensiero mi usa, mentre io credo di far uso di una facoltà? Ma allora non si tratta che di un’intensità che mi attraversa e che fa vibrare qualcosa che traduco in modo del tutto arbitrario con i termini «penombra», «luminosità d’epidermide», «guanto»… dato che io stesso non sarei che pura intensità che attendeva il pensiero di nessuno per designarsi mediante tali termini.

Pierre Klossowski, Postfazione a Il suggeritore