Sono un insorto del corpo,
sono questo insorto del corpo,
e tu, figlio mio, Satana, spirito mio,
stattene zitto e smetti di mordermi il dito per attingervi il segreto della mia esistenza,
cioè che sono un pezzo di legno morto sempre vivo,
e umile d’essere in vita e non raggiante e risonante,
e che non attinge la sua durata nei comandamenti della coscienza,
dalla cima delle sue ossa craniche,
ma nella zappatura sempre più indietro e ritirata del corpo,
riprendendo i pezzi di corpo caduti per rinchiodarli uno sull’altro sempre più strettamente e ravvicinati,
facendo così un buco a zigzag e in altofondo.

Antonin Artaud, “Sono un insorto del corpo”, Succubi e supplizi

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