Lo scrittore, come dice Proust, inventa nella lingua una nuova lingua, una lingua, in qualche modo, straniera. Scopre nuove potenzialità grammaticali o sintattiche. Trascina la lingua fuori dai solchi abituali, la fa delirare. Ma il problema di scrivere non si scinde nemmeno da quello di vedere e sentire: in realtà, quando nella lingua si crea un’altra lingua, è l’intero linguaggio che tende verso un limite “asintattico”, “agrammaticale”, o che comunica con il proprio esterno. Il limite non è al di fuori del linguaggio, ne è il di fuori: è fatto di visioni e audizioni non linguistiche, ma che solo il linguaggio rende possibili. Ci sono quindi una pittura e una musica proprie della scrittura, come effetti di colori e di sonorità che si innalzano al di sopra delle parole. E’ attraverso le parole, in mezzo alle parole, che si vede e si sente. Beckett parlava di “fare dei buchi” nel linguaggio per vedere o intendere “cos’è nascosto dietro”. Di ogni scrittore bisogna dire: è un veggente, un audiente; “mal visto, mal detto”; è un colorista, un musicista. Queste visioni, questi ascolti non sono una faccenda privata, ma formano le figure di una Storia e di una Geografia continuamente reinventate. E’ il delirio che le inventa, come processo che trascina la parola da un capo all’altro dell’universo. Sono eventi alla frontiera del linguaggio.

Gilles Deleuze, Critica e clinica

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