Per Nietzsche che il corpo sia il , che il risieda nel corpo e si esprima attraverso il corpo, è già un assunto capitale: tutto quello che il cervello gli rifiuta rimane nascosto nella vita corporale, questa intelligenza più grande della sede stessa dell’intelligenza; tutto il male, tutte le sofferenze risultano da questo conflitto tra la pluralità del corpo con le sue mille velleità pulsionali, e l’ostinazione interpretativa del senso cerebrale; è dal corpo, è dal che scaturiscono le forze creatrici, le valutazioni; è dalla loro inversione cerebrale che nascono gli spettri mortali, a cominciare dall’illusione di un io volontario, di uno spirito «privo di sé». Parimenti, gli altri, il prossimo, non sono che proiezioni del attraverso le inversioni dello spirito: come l’io, neppure il tu ha realtà, se non in quanto mera modificazione del Sé. Il Sé infine è nel corpo soltanto come un’estremità prolungata del Caos; gli impulsi, sotto una forma organica e individuata, sono semplicemente delegati dal Caos. Essi diventano gli interlocutori di Nietzsche e, dall’alto della rocca cerebrale, investita in tal guisa, prendono il nome di follia. Non vi è né soggetto, né oggetto, né volere, né scopo, né senso – non solo all’origine, ma ora e sempre.

Pierre Klossowski, “Gli stati valetudinari…”, Nietzsche e il circolo vizioso