Noi non siamo altro che una successione di stati discontinui in rapporto al codice dei segni quotidiani, successione sulla quale la fissità del linguaggio tenta di ingannarci. Fintantochè dipendiamo da questo codice, noi percepiamo la nostra continuità, benché si viva soltanto in maniera discontinua.

Si muove in ognuno, apparentemente per virtù propria, un’intensità il cui flusso e riflusso formano le fluttuazioni significanti o insignificanti del pensiero che in realtà non è mai di nessuno, senza principio né fine. Ma se, pur con questo elemento ondeggiante, ognuno di noi forma un tutto chiuso e in apparenza delimitato, è proprio a causa di queste tracce di fluttuazioni significanti, ovvero di un sistema di segni che chiamerò qui codice dei segni quotidiani. Dove abbiano inizio, dove cessino le nostre fluttuazioni, affinché tali segni ci permettano di significare, di parlare a noi stessi e agli altri, non ne sappiamo nulla, se non che in tale codice un segno corrisponde sempre a un grado d’intensità: ora al più alto, ora al più basso: ossia all’io soggetto di tutte le nostre proposizioni. Proprio in virtù di questo segno, che pure non è che una traccia di fluttuazione sempre variabile, noi costituiamo noi stessi in quanto pensanti, e il pensiero ci giunge in quanto tale – mentre non sappiamo mai esattamente se non siano invece gli altri che pensano e continuano a pensare in noi: ma chi è quell’altro che forma il fuori rispetto al dentro che crediamo di essere? Tutto è riducibile a un solo discorso, ovvero a fluttuazioni d’intensità corrispondenti al pensiero di ognuno e di nessuno. Il segno dell’io nel codice della comunicazione quotidiana, in quanto corrisponde all’intensità più forte o più bassa, registrando tutti i gradi di presenza o di assenza, sia in noi che fuori di noi, assicura uno stato variabile di coerenza con noi stessi e con l’ambiente: così il pensiero di nessuno, questa intensità in sé, senza principio né fine determinabili, trova una necessità nel supporto che lo fa proprio, conosce un destino, percorre le vicissitudini della memoria fino all’oblio di sé o del mondo; e questo è assolutamente arbitrario, se si riconosce che in realtà ogni cosa è sempre e soltanto un medesimo circuito d’intensità.

Pierre Klossowski, Nietzsche e il circolo vizioso