Tutto cominciò per il sospetto (forse esagerato) che gli Dei non sapessero parlare. Secoli di vita randagia e ferina avevano atrofizzato quanto avevano di umano; la luna dell’Islam e la croce di Roma erano state implacabili con quei profughi. Fronti basse, dentature gialle, baffi radi da mulatto o da cinese e musi bestiali manifestavano la degenerazione della stirpe olimpica. Le loro vesti non si addicevano a una povertà onesta e dignitosa ma al lusso abietto delle bische e dei lupanari del porto. A un occhiello sanguinava un garofano; sotto una giacca attillata s’indovinava la forma di un pugnale. Di colpo capimmo che giocavano la loro ultima carta, che erano astuti, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se ci fossimo lasciati vincere dalla paura o dalla pietà, ci avrebbero distrutto.
Estraemmo le pesanti rivoltelle (all’improvviso nel sogno vi furono rivoltelle) e gioiosamente demmo morte agli Dei.

Jorge Luis Borges, “Ragnarok”, L’artefice