A Ruge che obiettava che con la vergogna non si fanno le rivoluzioni, [Marx] risponde che la vergogna è già una rivoluzione, e la definisce come «una specie di rabbia rivolta verso di sé». Ma quella di cui egli parlava era la «vergogna nazionale», che concerne i singoli popoli ciascuno nei confronti degli altri, i tedeschi rispetto ai francesi. Primo Levi ci ha mostrato che vi è oggi una «vergogna di essere uomini», una vergogna da cui ciascun uomo è stato in qualche modo insudiciato. Era – ed è ancora – la vergogna dei campi, che sia accaduto quello che non doveva accadere. Ed è una vergogna di questa specie, è stato detto giustamente, che proviamo oggi davanti a una volgarità di pensiero troppo grande, davanti a certe trasmissioni televisive, ai volti dei loro conduttori e al sorriso sicuro di quegli «esperti» che prestano giovialmente le loro competenze al gioco politico dei media.

Chiunque ha provato questa silenziosa vergogna di essere uomo ha reciso in sé ogni legame col potere politico in cui vive. Essa nutre il suo pensiero ed è l’inizio di una rivoluzione e di un esodo di cui riesce appena a intravedere la fine.

Giorgio Agamben, In questo esilio – Diario italiano 1992-94

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