Tutto è linguaggio, niente sfugge al linguaggio, l’intera società è traversata, penetrata dal linguaggio. Pertanto, in un certo senso, tutto è culturale, ed è impossibile praticare una non-cultura. La cultura è una fatalità a cui siamo condannati. Così, condurre una radicale azione contro-culturale è spostare il linguaggio. […] Penso non ci sia altra soluzione che accettare questa fatalità della cultura. Bisogna quindi lavorare alla sua distruzione o alla sua mutazione interna. Dall’esterno, l’atteggiamento resta decorativo.

Credo infatti che la sola filosofia possibile dello stato in cui siamo sia il nichilismo. Ma aggiungo immediatamente che il nichilismo non si confonde affatto con i comportamenti di violenza, di radicalismo distruttivo, o più profondamente con comportamenti nevrotici o isterici. Il nichilismo è un tipo di riflessione e di enunciazione (perché bisogna sempre porre i problemi in termini di linguaggio) che esige uno sforzo d’intelligenza e di padronanza del linguaggio. […] Le forme di elaborazione di azione nichilista che si possono attualmente immaginare possono sembrare discrete, sommesse, marginali, perfino cortesi, ma ciò non impedisce che possano essere più nichiliste, in profondità, delle forme d’azione più radicali.

Sono persuaso che ci sia tutto un lavoro di sovversione da fare in profondità, […] che non mira assolutamente a raggiungere quella che si chiama la massa o le masse. […] Credo tuttavia che questo lavoro relativamente chiuso sia necessario alla messinscena di una distruzione del senso. Il nostro compito non è di politicizzazione, ma di critica del senso.

Per rivoluzionario che voglia apparire, un individuo che non si ponga il problema del luogo da cui parla è un rivoluzionario fittizio.

Roland Barthes, La grana della voce